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Il Mio Viaggio tra i Cani delle Strade Balinesi

Un po’ di imprevisti e molti momenti di riflessione, hanno fatto sì che io scrivessi questo articolo non dall’Italia ma da Bali, durante un viaggio di lavoro e avventura.

Avevo già avuto la possibilità di conoscere la cultura asiatica e sapevo a grandi linee cosa aspettarmi e cosa cercare, ma non sapevo che quello sarebbe stato solo l’inizio.

L’intento del viaggio era l’osservazione dei gruppi di cani che vivono liberi nelle strade balinesi, la comparazione con quelli ospiti (per non dire residenti) in una delle strutture di canile di Ubud e infine la capacità di integrazione di questi cani con un’ ipotetica vita famigliare “normale”.

Perché sono dovuta venire dall’altra parte del mondo per trovare delle risposte alle mie domande? Per la situazione estrema che questa particolare area presenta.

Bali è un’isola a prevalenza induista, i cani residenti hanno avuto meno contatti con quelli del continente, isolamento che ha portato ad una selezione con regole strettamente legate all’ambiente in cui vivono.

Questa distanza dalla terra ha creato un fenomeno chiamato “deriva genetica” che si sviluppa quando una parte di una popolazione si ritrova ad essere isolata dal resto, il numero di individui limitato e l’impossibilità di accoppiarsi con animali esterni, porta alla fissazione di alcuni caratteri e alla scomparsa di altri, se nei fondatori c’è la frequenza di un carattere, questo potrebbe ampliarsi nelle generazioni seguenti, sempre che il suo valore adattativo sia positivo (ovvero che sia utile all’individuo per vivere in quella particolare condizione).

I cani balinesi hanno origini antiche e sono imparentati con i dingo australiani e gli chow chow, ne fanno parte due grossi gruppi, i kintamani e i bsd (balinese street dogs), tra loro spesso meticciati. Vengono usati come guardiani, talvolta si sentono gli abbai e si intravedono sagome legate alla catena nella foresta, nei villaggi si trovano liberi in strada all’alba e al tramonto, durante le altre ore della giornata si rintanano cercando riparo dal caldo o vengono chiusi dagli abitanti in gabbie, nascoste però dalla vista.

Se vi state chiedendo se a Bali mangiano i cani, posso rispondervi che non dipende dalla popolazione ma dall’individuo e dalla sua cultura, ma vi assicuro che non troverete mai questo tipo di scelta nel menù di in un ristorante. I balinesi hanno uno strano rapporto con i cani, li tollerano, li lasciano gironzolare, mangiare scarti o rifiuti, spesso indossano dei collari logori o delle cordine al collo per indicarne il possesso da parte di qualcuno, ma (eccezioni a parte) non si può dire che regnino il rispetto e l’empatia verso questo animale che viene spesso scacciato malamente.

Ho raramente visto balinesi toccare i cani in modo benevolo, eppure questi animali continuano a vivere cercando il contatto umano.

Essere qui ad osservarli, mi porta indietro di centinaia di anni, forse migliaia, quando il proto cane e il cane da villaggio stavano tessendo le fila di quello che sarebbe poi divenuto il cane moderno.

Allontanati dalla gente, i cani balinesi diventano dei compagni silenti, che si animano quasi solo al passaggio di qualche sconosciuto o per interagire nel gruppo sociale stabile che talvolta si crea nelle zone urbane più isolate.

Nonostante la situazione generale in cui vivono non sia confortevole, questi animali mantengono un’innata attrazione verso l’uomo, quando si cerca l’interazione in modo corretto, si porta cibo o si riesce a coccolarli, si dà loro modo di mostrare la parte più sociale, rilassata e si può osservare una vera e propria trasformazione.

Questa innata, perseverante e a tratti masochista dipendenza dall’uomo, nonostante ogni logica sia contraria, è il misterioso tassello mancante tra il lupo e il cane domestico. La situazione sanitaria è pessima, zecche e pulci infestano quasi tutti i cani, esattamente come la rogna che in alcune situazioni è così estesa a tal punto da sperare solo che l’agonia non si prolunghi, nonostante questo si possono trovare ancora cani senza problemi di pelle e non fortemente magri.

A causa delle ingenti coltivazioni di riso, l’alimentazione è prevalentemente composta dal riso stesso e scarti di cibo umano, alcuni sono alimentati con pet food industriale che si trova nei negozi cittadini. La giornata di un cane di strada a Bali è densa di difficoltà, ho visto cani fare cose assurde per poter mangiare.

Da un punto di vista scientifico comportamentale, ero affascinata dalla loro capacità di problem solving, quel tipo di intelligenza e di abilità nel trovare la soluzione più corretta nel minor tempo possibile, è una caratteristica che i nostri cani, abituati a non impegnarsi per l’alimentazione, per trovare una zona sicura o per vivere a livello sociale senza conflitti, stanno ormai perdendo. Osservare quei cani, così meravigliosamente adatti alla sopravvivenza mi ha obbligato a pormi delle domande sul tracciato che l’evoluzione umana e quella canina stanno seguendo. Centinaia di anni fa, tutti i cani vivevano esattamente come i cani da villaggio che ho osservato.

Ora abbiamo persino creato un settore commerciale specifico che riguarda i “pet”, ma tra un estremo e l’altro, qual è l’equilibrio corretto? Da anni i miei cani non mangiano più nelle ciotole (a meno che la tipologia di cibo non mi consenta di fare altro), cerco di fare in modo che utilizzino l’olfatto e le loro abilità per trovare il cibo, li chiamiamo “giochi olfattivi”, ma in realtà, la base di questi “giochi” è il ricordo di quello che i loro antenati e ad oggi i cani di strada, fanno per vivere.

Se in Asia il problema è la sopravvivenza dell’individuo, in occidente il problema è la sua noia. L’essenza di un cane non è certo quella di vivere dodici ore rinchiuso in un appartamento, isolato da gruppo sociale per poi accontentarsi di qualche mezz’ora di passeggiata al guinzaglio nel quartiere. Un cane è molto di più. E’ vero, abbiamo selezionato razze cosiddette “da appartamento” che hanno meno necessità di scaricare energia con il moto ma abbiamo forse anche selezionato cani appositamente più stupidi, che non hanno la necessità di scoprire nuovi luoghi, fare nuove conoscenze, radicare i vecchi legami, trovare soluzioni alle problematiche che la vita presenta oppure semplicemente chiamiamo tutto questo “patologia”? Quanto lasciamo che i nostri cani possano fare esperienza della loro vera natura? Tra un estremo e l’altro, possiamo scegliere di fermarci in un punto di equilibrio, rispettando l’intelligenza e i fabbisogni naturali dei nostri cani, senza mancare nel prenderci cura di loro?

Queste sono le domande che mi sono posta mentre passeggiavo per Bali, con la mia videocamera e la mia macchina fotografica, osservando i suoi meravigliosi abitanti a quattro zampe. Troverete le mie riflessioni nel prossimo articolo, mi piacerebbe prendere un thè con ognuno di voi, perché credo che questo sia un eccellente argomento di discussione, in un mondo che evolve, per noi e per loro, con la velocità del battito d’ali di una farfalla. 

I consigli del nostro Educatore

Laura Sabbadini

Laura Sabbadini, educatrice cinofila, ha mostrato sin da piccola una grande passione verso gli animali. La sua svolta personale e professionale è avvenuta durante l'esperienza di volontaria all'interno di un canile, dopo essere diventata istruttrice, Laura ha fondato l' Associazione Ca'Nina, dedicata alla sua labrador nera, la sua più grande maestra di vita.

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