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DIVERSO NON SIGNIFICA INFERIORE

Credo che il più grande sbaglio che l’uomo continua a reiterare nel tempo, sia il posizionamento virtuale che egli si attribuisce nell’ecosistema, eppure dovremmo aver compreso che collocarci in vetta alla piramide evolutiva ricalcando un sistema totalitario ci sta portando all’autodistruzione.
Non troppo tempo fa, in una sera apparentemente uguale alle altre, tra una tazza di thè e una coccola ai miei cani, decisi di rilassarmi guardando un film che snobbai al tempo della sua uscita; “Avatar” fu una bella scoperta, un parallelismo tra realtà virtuale e idee antiche di interconnessione con la Natura, dopo decine di anni di distruzione di massa del globo terrestre, forse abbiamo una speranza, le menti si stanno svegliando e stiamo semplicemente recuperando (lentamente) il più grande tesoro che ci potremmo permettere, il rispetto verso il luogo che ci ospita e ci da vita. Dall’esperimento Einstein-Podolsky-Rosen ad oggi la fisica quantistica, sebbene con grandi paradossi e domande ancora irrisolte, ha compiuto grandi passi; che l’aria non sia “nulla” ma “energia” è ormai chiaro agli scienziati moderni quanto il concetto che l’uomo sia in grado di interagire con il mondo e con i suoi organismi più di quello che le convenzioni e gli studi meccanicistici post cartesiani hanno cercato di inculcarci per secoli, supportati da un sistema scolastico che spesso chiude invece di aprire le menti. Se la natura fosse deterministica e ad una data causa seguisse sempre un dato effetto, se gli animali fossero semplicemente alla stregua di macchine, dovremmo accettare l’idea di escludere completamente le emozioni da ogni essere che non sia umano, l’interazione con un cane non sarebbe molto differente da quella che può darmi il computer con cui ora vi scrivo e avremmo la totale capacità di prevedere le reazioni del nostro cane o del nostro gatto. Sebbene io non abbia alcuna risposta ai quesiti che la fisica quantistica si sta ponendo tutt’oggi, posso affermare con certezza che ognuno degli animali con cui ho avuto la fortuna di interagire nella mia vita, provava emozioni ed era dotato di un carattere differente, creato dalla genetica e modellato dalle esperienze, ognuno di loro era un individuo originale ed unico. La reazione di qualcuno di voi lettori potrebbe essere stata stupore o addirittura ribellione dinanzi ad un termine che fino a poco tempo fa veniva usato solamente per l’uomo. “Avanti su, passi l’affetto per gli animali, sono carini, saranno anche intelligenti nella loro forma mentis ma non paragoniamoli all’uomo” qualcuno potrebbe affermare ed è proprio qui che compiamo nuovamente un errore, finchè tutti gli esseri viventi saranno paragonati con l’uomo e non considerati per la loro singolarità, la partita sarà sempre truccata. Prendiamo come esempio le capacità sensoriali, l’epitelio olfattivo di un pastore tedesco è trenta volte superiore al nostro, questo si collega ad un numero di cellule nervose cento volte più alto del nostro per arrivare all’area del cervello che decodifica gli odori quaranta volte più estesa della nostra, all’interno del DNA canino vi sono più di 800 geni che controllano i recettori olfattivi, il mondo degli odori che viene analizzato dal naso di un cane, non può nemmeno essere immaginato dall’essere umano, perciò in quando ad olfatto, abbiamo decisamente qualcosa da imparare. In Natura non esiste inferiore o superiore, esiste “diverso”, poiché l’adattamento è la composizione dell’insieme di geni che cambia come riflesso dei vantaggi che questi comportano nell’ambiente (fitness). Un altro organo ancora attivo nei cani e ormai labile ricordo nell’uomo è il vomero nasale o organo di Jacobson, posto dietro gli incisivi, è composto da piccoli dotti colmi di fluido, mosso da una pompa muscolare che trasporta le molecole di odore dall’esterno fino al OVN (organo vomero nasale), questo passaggio avviene attraverso la reazione del Flehmen  ovvero quella particolare smorfia che alcuni animali fanno quando alzano il labbro superiore per captare le sostanze non volatili e portarle ad una più diretta analisi interna nell’OVN, quando utilizzano questo particolare organo, i cani emettono un rumore che indica l’attivazione della pompa che trasporta le molecole. L’OVN viene utilizzato soprattutto per analizzare gli odori sociali, prendere informazioni dall’urina lasciata a terra da un cane passato in precedenza o analizzare ferormoni. L’olfatto nel cane pare avere una posizione di tale rilievo da comparire addirittura due settimane prima della nascita del cucciolo, in altre parole i feti sono già in grado di riconoscere il cibo di cui si nutre la madre ancora prima di venire alla luce. Noi scopriamo il mondo con la vista, i cani con l’olfatto, questo ci rende diversi ma la forza sta nella sinergia dei complementari, non nell’antagonismo creato dalla carenza di comprensione dell’altro. I cani hanno in genere un campo visivo più ampio, sebbene questo dipenda dalla posizione degli occhi, hanno una risoluzione più bassa della nostra e vedono sfocato gli oggetti vicini ma queste caratteristiche non sono dei deficit, l’olfatto compensa la carenza di vista in alcune situazioni. Inoltre, sebbene a luce piena la battaglia viene vinta dall’uomo, quando cala il crepuscolo, i cani hanno una capacità visiva superiore grazie ad al “tapetum lucidum”, uno strato madreperlato di cellule riflettenti che raddoppia la sensibilità dell’occhio in carenza di luce. La differente evoluzione ha portato i cani e l’uomo ad essere diversamente idonei all’ambiente e alle condizioni di vita in cui vivevano, questa è la risposta ma la domanda seguente potrebbe essere: “Se per il cane l’olfatto è così importante, allora perché i proprietari si ostinano a giocare al riporto della pallina? Perché questo diviene una delle discriminanti per definire l’intelligenza di un soggetto? E’ forse intelligente riportare una palla consecutivamente dieci volte al proprio compagno umano? O più semplicemente fonda le sue radici nella motivazione predatoria e nella voglia di condividere e compiacere l’uomo (il famoso Will to please dei retriever)? Non sto dicendo che lanciare la palla ad un cane sia un reato, lo faccio anch’io di tanto in tanto, ogni gioco è esperienza ma perché limitarsi a quello e non proporre qualcosa di più naturale? Nella società umana l’uso delle prime forchette risale all’anno Mille, quando la sposa del Doge, figlia dell’imperatore bizantino, venne a Venezia portando con sé la sua forchettina d’oro a due denti destando enorme scandalo, la ragazza morì dopo poco e furono in molti a rifiutare l’uso di quel malefico artifizio, se pensiamo perciò che le posate conquistarono il loro pieno diritto a tavola solo dopo il ‘600, possiamo ritenere ben più di recenti costumi l’utilizzo della ciotola per i cani, più come un vezzo umano che come una reale esigenza canina. Alcuni dei miei allievi rimangono stupiti quando consiglio loro di utilizzare il pasto del loro amico come momento di gioco olfattivo o di problem solving, per la mentalità umana “dare cibo a terra” equivale spesso ad una mancanza di igiene ed attenzione del proprietario ma cerchiamo di ragionare più in grande, i cani liberi di muoversi passano gran parte del tempo ad esplorare il territorio circostante, analizzare odori, lasciare marcature territoriali e cercare cibo, spesso seguendone le scie olfattive. Queste attività implicano un grande utilizzo di energie e un ampio numero di esperienze che in un normale cane di casa, vengono ridotte a meno di cinque minuti, versando semplicemente qualche crocchetta in una ciotola, il cane in questo caso, non ha tratto alcun giovamento dal bon ton umano. Dobbiamo inoltre tenere conto che abbiamo selezionato la maggior parte delle razze per eseguire compiti che ora svolgono raramente, che abbiamo meno tempo, case più piccole e meno luoghi dove possono muoversi liberi dal guinzaglio, spesso le passeggiate sono monotone, vicino a casa, dove gli odori sono sempre gli stessi. I nostri cani si annoiano, i loro sensi e il loro cervello non sono stimolati, le loro grandi capacità non utilizzate. Se guardassimo il mondo da un altro punto di vista, invece di considerare il cane come il “fedele amico dell’uomo che ci attende scodinzolante al nostro ritorno a casa”, scopriremmo un mondo di mistero, dove il cane diviene maestro nelle sue specifiche abilità, dove siamo interconnessi l’uno l’altro, nella perfezione dell’ecosistema. 

I consigli del nostro Educatore

Laura Sabbadini

Laura Sabbadini, educatrice cinofila, ha mostrato sin da piccola una grande passione verso gli animali. La sua svolta personale e professionale è avvenuta durante l'esperienza di volontaria all'interno di un canile, dopo essere diventata istruttrice, Laura ha fondato l' Associazione Ca'Nina, dedicata alla sua labrador nera, la sua più grande maestra di vita.

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