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Believe in your dogs, they believe in you

Al mio ritorno da Bali il mio modo di vedere le cose era cambiato, come dopo ogni viaggio, la mia mente si era aperta un altro po’, aveva accettato situazioni qui inaccettabili come “normali”, ma aveva anche guardato con interesse le vite che conducevano i BSD (balinese street dogs), consapevole che quei malandati cani di strada, erano spesso gli unici responsabili delle loro azioni, nel bene e nel male, dovevano risolvere i problemi che la loro realtà border line poneva loro dinanzi ogni giorno.  Saper scegliere la cosa giusta sarebbe stato fondamentale per la loro sopravvivenza. 

Nei paesi più ricchi, la cura degli animali trova espressione in ogni sua forma, dal randagio al cane con lo smalto alle unghie, dove le estremizzazioni sono palesi espressioni di un disagio della persona più che dei cani in sé; tutta la realtà che sta nel centro si colora di varie sfumature ed è proprio in questa realtà che possiamo trovare l’equilibrio che contraddistingue una relazione sana. 

Riprendendo il mio lavoro dopo il viaggio, non potevo fare a meno di osservare quanto i miei allievi lasciassero o meno esprimere ai cani la loro vera essenza, il carattere, quanto li lasciassero ragionare, senza risolvere ogni problema al posto del cane. Abbiamo un bisogno spasmodico di accudimento, per usare un termine zooantropologico potremmo definirci “tossicodipendenti epimeletici” (dal greco epimeléomai, «prendersi cura»), con origini forse risalenti alla necessità dell’uomo come Homo Sapiens di prendersi cura dei propri piccoli, assolutamente inadatti ad una vita indipendente alla loro nascita, prematura anche dal punto di vista dello sviluppo fisico. Senza una madre o un surrogato di essa, neonati e bambini morirebbero, con la conseguente estinzione della specie. Il prendersi cura dell’altro fa perciò parte di noi, a livello di dna e di istinti specie-specifici.


Ma qual è la linea di confine che regola il maltrattamento dall’accudimento? Fino agli anni 50, gli animali venivano considerati parte della vita di campagna, usati per il lavoro nei campi, selezionati per alcune specifiche caratteristiche o abilità, pochi, pochissimi animali erano tenuti unicamente per la loro compagnia. L’urbanizzazione creò un distacco netto tra la natura e l’uomo, cani, gatti, uccellini, pesci e poco altro poteva essere tenuto in spazi piccoli e a così stretto contatto, la vita in città avrebbe velocemente cambiato l’essere umano, i suoi rapporti con il mondo e l’attaccamento verso i suoi animali domestici.
Un gatto nero potè così assumere un’identità specifica anche nella descrizione dei giorni in soffitta della giovane Anna Frank, Mouschi era un individuo e non più una cosa. 

In soli 60 anni siamo passati da un vertice all’altro (non in tutti i casi), dalla gestione in spazi prevalentemente esterni, lontano dal contatto umano, all’iperattaccamento e la negazione della possibilità di sviluppare caratteristiche proprie, confrontandosi con il mondo.
Ma se i proprietari proteggono troppo i loro animali, cosa accade a questi cani in definitiva?
Lo sviluppo di un cucciolo si suddivide in fasi specifiche, nel periodo di socializzazione il piccolo (che avrà tra i 30 e i 120 gg circa) identificherà i suoi partner sociali e i “nemici”, nell’età giovanile, si confronterà con i conspecifici e con gli altri individui del suo entourage per comprendere chi è realmente, che posto può avere nel mondo, quali sono le sue abilità e i suoi deficit. Queste sono le più grandi privazioni che l’uomo “progredito” compie verso i propri animali domestici, relegati in spazi meno angusti ma deprivati della loro consapevolezza.

Durante le mie lezioni propongo esercizi di psicomotricità, di problem solving e di fiducia, spesso gli allievi non si rendono conto di quanta potenzialità hanno i loro piccoli amici, siamo bombardati dai condizionamenti sociali che creano un PERFECT PET, un cane che va d’accordo con tutti, che non abbaia, che fa pipì solo in luoghi specifici, che non mostra mai comportamenti aggressivi o agonistici, che non distrugge, nemmeno quando la noia del “dolce far niente” lo sta logorando. E’ una dura realtà quella che vi sto dipingendo, ma ci siamo dentro tutti, fino all’osso, inconsapevolmente siamo tutti tossicodipendenti epimeletici. Fidatevi di più dei vostri cani! Non sto dicendo che domani dovete lasciarli senza guinzaglio in centro a Milano, ovviamente in ogni cosa ci vuole intelligenza e rispetto, ma provate a lasciare che esprimano le loro risorse nascoste! Quanti ti voi quando il cane non trova un gioco in mezzo ad un campo lascia che attivi ogni senso in suo possesso per ritrovarlo? Chi riconosce l’abbaio da richiesta del proprio cane quando la palla è andata sotto al divano? Che cosa fate, siate sinceri, correte subito a prenderla o date un occhio per vedere dov’è e lasciare che il vostro amico provi a risolvere da solo il suo problema? Avete davvero paura che tutti i cani grandi mangino i vostri cani di piccola taglia o non avete mai lasciato che socializzassero con nessun cane che superasse tot kg? In passeggiata usate il guinzaglio corto o quando potete lo allungate o li lasciate liberi? Frequentate altri amici con cani? In ambito sociale può succedere di tutto è vero, ma questa è la VITA, isolare il vostro cane dal resto del mondo (a meno che non abbia gravi patologie comportamentali) non è mai la risposta. Voler bene vuol dire “volere il bene dell’altro”, lasciare che possa fare esperienza di cosa vuol dire saltare un fosso in campagna, o girargli attorno, con i tempi e i modi che ritiene più congeniali, lasciare che interagisca con altri cani, più allegri, più saggi, più sicuri, più irascibili, che impari l’arte della mediazione tramite i segnali di calma e quelli di pacificazione. Nella lezione di gestione in campo aperto di ieri erano iscritti solo cani maschi non castrati tra l’anno e mezzo e i tre, per la prima mezz’ora si poteva scorgere il nervosismo sulla faccia di tutti, man mano che il tempo passava la tensione nell’aria si scioglieva, abbiamo lasciato che i cani testassero la loro posizione, nessuno ha usato i denti o la bocca, tutto era estremamente ritualizzato e la passeggiata ha permesso ai giovani maschi di migliorare le loro competenze sociali in modo visibile. (N.B. le socializzazioni sono controllate da me dopo aver valutato singolarmente ogni singolo cane in separata sede).

Il gioco del lancio della pallina di fronte a voi, non mette in azione molti dei neuroni nel cervello del vostro intelligente amico, provate a nascondervi e a farvi cercare, o a nascondere giochi, portateli in luoghi diversi dal piano cemento della città. In commercio ci sono delle lunghine, guinzagli di qualche metro, ovviamente usarli in città è contro la legge ma negli spazi aperti questo piccolo accorgimento permetterebbe al vostro cane di avere una passeggiata di maggior qualità e a voi di rimanere sereni (la miglior lunghina è quella in biothane di 5 m, la uso spesso per insegnare ai miei allievi a creare una solida relazione in tutta sicurezza). E’ estate, se volete vivere una bella esperienza andate con i vostri cani a passeggiare lungo i torrenti, ci vuole un po’ di attenzione ma sarà un magnifico esercizio psicofisico, vi rinfrescherete e metterete dei mattoncini importanti nella costruzione della vostra relazione di empatia e fiducia. Condividere la vita vuole anche dire lasciare i propri spazi di espressione personale, vi stupirà cosa c’è al di là del muro delle incertezze. Believe in your dogs, they believe in you!

I consigli del nostro Educatore

Laura Sabbadini

Laura Sabbadini, educatrice cinofila, ha mostrato sin da piccola una grande passione verso gli animali. La sua svolta personale e professionale è avvenuta durante l'esperienza di volontaria all'interno di un canile, dopo essere diventata istruttrice, Laura ha fondato l' Associazione Ca'Nina, dedicata alla sua labrador nera, la sua più grande maestra di vita.

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